L’autore di questo libro non è un utopista, un idealista, un sognatore, uno che lava i cervelli alla gente con le sue idee progressiste sulle quali da secoli i furbi e i politici, o forse meglio, i politici furbi, senza dimenticare gli intellettuali, ci marciano a vele spiegate, insieme anche a tanti religiosi che della religione fanno un comodo mezzo di trasporto. Se date una occhiata al suo sito scoprirete che questo signore è noto come il “banchiere dei poveri”, ha fondato infatti in Bangladesh, nel 1976, la Grameen Bank. Grameen è una banca rurale (“grameen” in bengalese significa “contadino”) che concede prestiti e supporto organizzativo ai più poveri, altrimenti esclusi dal sistema di credito tradizionale.

Fino a oggi la banca ha concesso prestiti a più di 2 milioni di persone, il 94 per cento delle quali donne. Grameen ha attualmente 1.048 filiali ed è presente in 35.000 villaggi e in diverse città nel mondo. Grameen non solo presta denaro ai poveri ma è posseduta da questa stessa gente, che nel tempo è diventata azionista della banca. Fondata in Bangladesh , Grameen , è ora un modello anche per la Banca Mondiale. Ha fondato così una nuova teoria economica detta il “microcredito” per la quale avrebbe dovuto avere il Premio Nobel in economia. Ed invece glielo hanno dato per la Pace. Il che fa lo stesso. Il microcredito è praticato in cinquantasette nazioni, fra cui anche gli Stati Uniti, dove ne usufruiscono i poveri dei ghetti di Chicago.

Come è stata possibile una crescita tanto spettacolare? Con una serie di regole ferree che hanno consentito ai suoi fautori di superare ogni volta difficoltà apparentemente insormontabili. Anzitutto la richiesta ai poveri di radunarsi in gruppetti di cinque persone al momento di ottenere un prestito, assumendo ciascuno la responsabilità anche per gli altri, per rafforzare l’impegno a rimborsare la sua somma. In secondo luogo, il meccanismo di rimborso. Anziché attendere tutto il rimborso dopo una lunga scadenza, Grameen chiede ai suoi clienti di restituire il denaro in piccolissime rate ogni settimana. “Il denaro - spiega ancora Yunus - è una sostanza adesiva, si attacca al suo possessore. Se il rimborso deve avvenire dopo sei mesi o un ano dalla concessione del prestito, anche se il debitore avrà in tasca il denaro proverà inevitabilmente un certo dispiacere a staccarsene. Il segreto consiste nelle brevi scadenze”.

A queste regole nel rapporto con la banca se ne aggiungono altre che riguardano l’esistenza personale dei clienti (dall’istruzione dei figli alla pulizia delle case, fino agli esercizi ginnici negli incontri) e che fanno somigliare Grameen a un programma di vita più che a un’istituzione di credito. E questo è certamente l’aspetto meno attraente di tutta la sua vicenda. Yunus e i suoi si comportano, da questo punto di vista, come se la povertà richiedesse una riorganizzazione ex novo dell’esistenza delle persone, quasi che i poveri fossero bambini da prendere per mano. Tuttavia, di fronte alla tenacia e al coraggio del progetto del microcredito e soprattutto ai suoi risultati nella lotta alla povertà, una diffidenza del genere sarebbe forse un lusso che nessuno, fra i poveri della terra, capirebbe.

Una teoria, quindi, sulla quale agli inizi nessuno ci avrebbe creduto e invece oggi viene applicata in oltre sessanta paesi. La mancanza di denaro non significa necessariamente povertà, una condizione che non è un destino da cui non si esce e quindi non è per sempre. L’idea è generare reddito e avere voglia di fare. La banca ti aiuta solo a queste condizioni, presta e tu rientri poco alla volta. L’autore sostiene che i “sussidi ai poveri non spingono a tirare fuori il talento e la creatività. Con il Welfare la gente finisce per sentirsi passiva, esclusa da qualsiasi progetto di riscatto, perciò incapace di migliorare”.

Insomma ci ricorda un vecchio proverbio cinese sui pesci: “a chi ha fame non dare da mangiare u n pesce, insegnagli a pescare”. Un recensore di questo importante libro ha scritto in proposito: “La sfida del microcredito dovrebbe fare riflettere anche chi governa le dinamiche della globalizzazione e quindi dovrebbe “guidare” le grandi migrazioni. Perchè se è vero che si scappa dalla povertà, non è sempre vero che, arrivati nella nuova terra, ci si liberi da essa”.

http://www.muhammadyunus.org/

 

http://www.ibs.it/libri/Yunus+Muhammad/libri.html

Antonio Socci ha scritto una lettera aperta al ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi sul quotidiano LIBERO invitandolo ad organizzare una mostra sulla monnezza napoletana. L’idea non mi sembra affatto stupida nè provocatoria. Niente che dica, faccia o scrive Antonio Socci è mai tale. Io credo che se il ministro Bondi avesse senso della realtà ed abbastanza coraggio potrebbe raccogliere l’invito di Socci e rilanciare subito, da un punto di vista formale ed istituzionale, quanto viene detto nell’articolo. Per questa ragione lo propongo in maniera integrale e passo la palla ai lettori di questo blog/forum.

 

Caro Bondi, fai una mostra sulla monnezza

Caro ministro Bondi, “Estetica del rottame” non è un trattato satirico su certi pasdaran delle vecchie ideologie che tuttora calcano la vita pubblica col fanatismo antico, o sulle tante marionette che riempiono la scena televisiva. È un saggio serissimo di Ave Appiano (edizioni Meltemi) sull’utilizzo e la rappresentazione di detriti, rifiuti e ruderi nell’arte. Visto quanto il dramma della monnezza napoletana ci ha sputtanato nel mondo, perché non rovesciare il male in bene, con un briciolo di autoironia e con l’orgoglio che dovremmo avere in quanto prima potenza artistico-culturale del mondo?

 

L’idea è semplice: trasformare tutto in arte. In un grande evento. Non sto riprendendo la provocazione di Beppe Grillo che aveva suggerito a proposito del dramma napoletano - di «trasformare in opera d’arte quella montagna di merda», portando poi le scolaresche a visitarla, con percorsi guidati eccetera. No. L’idea di Grillo - che in parte potrebbe essere recuperata (riciclata) - era un’idea polemica. Che schiaccia tutto sulla piatta cronaca.

 

Senza considerare che a Roma esiste già un luogo simile. È il “Monte dei Cocci” del Testaccio: 35 metri di detriti di anfore olearie (se ne calcolano circa 25 milioni) accumulatesi nei secoli antichi perché lì, al porto di Ripa grande, arrivavano le navi da tutto il Mediterraneo. La discarica - usata dall’epoca di Augusto fino al III secolo - diventò una montagnola che successivamente venne utilizzata come luogo per scampagnate, per le famose Ottobrate (le feste romane della vendemmia e delle osterie) e nel XV secolo come punto di arrivo della Via Crucis che trasformava il Monte dei cocci nel Golgota.

 

Spazzatura e arte. Ma torniamo a oggi. Faccio un passo indietro per spiegare la mia idea. La monnezza non è solo un colossale problema napoletano da risolvere, prima che, in estate, arrivi il colera. È, da almeno cinque secoli, anche un eccezionale luogo artistico: «Se nelle avanguardie artistiche del primo Novecento il rifiuto assume un ruolo protagonista», dice la Appiano, è importante considerare il «dettaglio figurativo della rovina, del rifiuto, del rottame, tra Rinascimento, Manierismo, Vedutismo, Romanticismo quando esso riveste precisamente una funzione simbolica».

 

E cosa simboleggia? «Nell’arte del passato rifiuti, rottami, rovine, ruderi, relitti, macerie, resti ,scarti, ciarpami, avanzi sono stati assunti - per quanto in climi culturali e con obiettivi assai diversificati - come testimonianza delle tracce del tempo e dello spazio». La Appiano dà una bella chiave di interpretazione di questo fascino del ciarpame: il «recupero e riutilizzo dei frammenti» e la «rivalutazione dei relitti e degli scarti provocati dalla storia» sono fenomeni che manifestano il «bisogno umano da un lato di andare contro il Tempo, e quindi di impadronirsene, di testimoniarlo per consegnarlo al futuro o di esserne inesorabilmente triturati, dall’altro di ripensare lo spazio, di reinventarsi un non-luogo virtuale asetticamente ripulito di macerie e di scarti, sempre nuovo, brillante e perfetto, come un pubblicitario arredo domestico».

 

C’è anche un riuso vitalissimo del rottame antico: quello realizzato nel Medioevo che seppe inserire ruderi e resti classici dentro le basiliche romaniche. La nostra, come moderni, di fronte agli anni che passano è la stessa malinconia pagana di Rutilio Namaziano, che piange sul tempo che tutto divora e distrugge. Mentre la nascente vitalità cristiana riciclava tutto una nuova civiltà e in una nuova arte. In una geniale letizia creativa.

 

Dunque c’è un luogo dove da secoli la monnezza è riciclata e vale oro: è il mondo dell’arte. Perché allora non reagire alla figuraccia della spazzatura, preparando e programmando una grande mostra, proprio a Napoli, che esponga questo tema antico, questa lotta della creatività contro l’usura del Tempo, contro la transitorietà dell’esistenza, simboleggiata proprio dalla monnezza e dalla rovina, dal rifiuto e dal detrito?

Si potrebbero esporre autori e opere straordinarie. Dall’”Adora zione dei Magi” del Botticelli, col suo panorama di rovine al “Paio di scarpe di Van Gogh”, dalle opere di Arcimboldo a quelle di Duchamp, alla Natura morta di Picasso, per non dire della “Merda d’artista” di Pietro Manzoni. Ma perfino i Bronzi di Riace sono stati per secoli un “rifiuto”, un relitto. Passando per tanti luoghi letterari, come gli “Ossi di seppia” mon taliani.

 

Il titolo della mostra, di sapore dantesco, potrebbe essere: “Il Gran Rifiuto”. Del resto il rifiuto, la monnezza è veramente un luogo filosofico per eccellenza. Basterebbe considerare le pagine che Karl Jaspers ha dedicato agli oggetti umili rappresentati da Van Gogh come vera e propria pittura sacra. Per Heidegger la stessa condizione umana è quella dei “rifiuti” o peggio. La parola “deiezione” (termine tecnico con cui si indicano gli escrementi) in tedesco è “Geworfenbeit” ed è proprio questa la categoria con cui Heidegger, in “Essere e tempo”, definisce lo spaesamento dell’uomo, il suo stato di abbandono nel mondo.

 

Anche Ortega y Gasset coglie questa condizione: «Vivere non è entrare a nostro piacimento in un luogo previamente scelto, come si sceglie il teatro dopo cena, è invece trovarsi improvvisamente, e senza sapere come, gettati, immersi, proiettati in un mondo (…) questo mondo attuale. La nostra vita incomincia con la perpetua sorpresa di esistere senza nostro previo consenso, naufraghi in un universo non prescelto».

 

Così il rifiuto? Fra parentesi: il fatto che la nostra società consideri e qualifichi come “rifiuti ospedalieri” i resti di aborti, a migliaia, che vengono buttati, ha indotto recentemente Giuliano Ferrara a interrogarsi polemicamente sul senso che diamo alla parola “rifiuto” nella nostra comunità. In ogni caso la categoria del “rifiuto”, della spazzatura, definisce ciò a cui diamo valore. E diventa addirittura un luogo teologico in san Paolo: «tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (Fil. 3,8).

 

Gesù stesso mise gli uomini davanti a una scelta vertiginosa: o la Felicità per sempre o l’inferno che lui chiamò, metaforicamente, la “geena”, un luogo noto, a quel tempo, proprio perché era la discarica di Gerusalemme. L’Infer no come l’immondezzaio eterno fa pensare. Mentre il Paradiso è il luogo dell’amore dove tutto dura e il Tempo non divora più la felicità e la vita. Caro ministro, rifletterci sarebbe un grande evento culturale.

 

www.antoniosocci.it

 

http://tootai.notlong.com

 

 

Il nome, aNobii, è una contrazione di “Anobium Punctatum”, il minuscolo insetto che ama nascondersi tra le pagine dei vecchi libri, di cui si nutre. Un appassionato di carta stampata, dunque, come le decine di migliaia di iscritti all’omonimo social network www.anobii.com basato sulla condivisione dei propri interessi letterari.

Realizzato da una società di Hong Kong che si presenta così: “Siamo impegnati a creare strumenti per permettere alle persone dalla mentalità simile di mettersi in contatto e intrattenere rapporti ricchi di significato”, lo spazio web si propone di dare nuova vita a tutti quei libri che, una volta letti, resterebbe a impolverarsi negli scaffali o nelle cantine. L’iniziativa ha riscosso l’interesse degli internauti di tutto il mondo, tanto che attualmente il sito può vantare un patrimonio di quasi 6 milioni di libri condivisi tra cui spulciare, con la certezza di scovare spunti stimolanti per la lettura o addirittura delle chicche introvabili nelle librerie.

Grazie al lavoro volontario degli utenti, le pagine sono disponibili in numerose lingue, compreso l’italiano. Concepite in modalità web 2.0, mettono a disposizione degli iscritti una serie di strumenti interattivi per schedare l’intera biblioteca personale, tenere traccia dei prestiti e rivendere o scambiare libri usati. Il tutto, cosa di non secondaria importanza, gratuitamente.

Ma il “focus” di aNobii sta tutto nelle sue elevate funzionalità sociali: il “bibliofilo” può curiosare nelle librerie degli altri membri, creare collezioni tematiche, seguire le letture degli amici, partecipare ai più svariati gruppi di discussione, scrivere le proprie recensioni, assegnare punteggi di gradimento ai testi. Una sorta di piazza virtuale in continua crescita che, oltre a consentire lo scambio reale di libri e informazioni letterarie di ogni genere, sta dilatando la sua sfera di interessi nel mondo del cinema e del teatro, dell’arte figurativa e della musica.

Anche io ho la mia biblioteca su aNobii. Cresce di giorno in giorno, sia cartacea che virtuale. La prima finirà con me, la seconda mi seguirà nell’eternità dei “bits & bytes”. Chi vuole visitare ecco il link:

http://www.anobii.com/people/galloway/

 

Con questo suo ultimo libro “L’uomo che non credeva in Dio” Eugenio Scalfari abbraccia per la prima volta l’intera avventura della sua esistenza: a partire dalla stagione magica dell’infanzia, passando per gli anni della formazione (la scoperta della filosofia al liceo di Sanremo, compagno di banco l’amico Italo Calvino), l’educazione fascista, la scoperta della politica, le grandi scelte esistenziali. Fino all’impegno giornalistico, che dura da oltre sessantacinque anni, e al tempo lungo della vecchiaia. Ma ogni ricordo vive e perdura in funzione di una continua tensione intellettuale: l’autore non entra nelle stanze della memoria, se prima non è certo di intravedere dalla soglia il bagliore di un fuoco razionale che possa ampliare il dato autobiografico fino a farsi meditazione sulla vita, sui valori di ogni gesto compiuto. Ogni ricordo è un pensiero: perché vale la pena riordinare la vita tutta intera - con spirito geometrico, sia pur venato di scetticismo - solo se la conoscenza di sé resta il primo passo per comprendere e raccontare gli altri; per mostrare senza infingimenti quali forze, quali ambigui meccanismi regolino il vivere sociale di ogni uomo.


Questa è una recensione particolare, si basa, infatti, su un pregiudizio politico ed una previsione positiva. Mi spiego. Eugenio Scalfari lo conoscono tutti ed è opportuno ricordare i suoi trascorsi politico-esistenziali. Nel 1942 era fascista. Poi fu antifascista, nel 1945 azionista, nel 1946 vota monarchia, nel 1952 è liberale, nel 1955 radicale, nel 1963 socialista, nel 1976 filocomunista, dal 1983 al 1989 demitiano. Poi dal 1996 si è schierato con Prodi. Per essere uno che dà lezioni di politica non è che ne abbia azzeccate molte. Di lui, fra i tanti, si ricorda un indimenticabile articolo del 1959 sull’ “Espresso” in cui sosteneva la causa di Mosca: “Il cavallo sovietico si trova ormai a poche incollature dal cavallo americano. Nel 1972 l’Urss sarà passata in testa non soltanto come potenza industriale, ma anche come livello di vita medio della sua popolazione. Tutti luoghi comuni dell’efficienza privata e dello sperpero del collettivismo cadono come castelli di carta di fronte ai risultati raggiunti in quarant’anni dall’economia sovietica…”. Se questo è il pregiudizio politico, la previsione positiva si basa sul fatto di non averne azzeccata una e quindi tutto lascia supporre che anche le sue argomentazioni filosofico esistenziali sulla credenza di Dio possano essere sballate. E’ l’augurio che ci facciamo dandogli il massimo dei voti nella valutazione del suo libro che potremmo anche fare a meno di leggere.

Camillo Langone, su “Il Foglio” del primo giugno scorso ha scritto, tra l’altro, che il libro di Scalfari “non è un’autobiografia, è un saccheggio, e il derubato numero uno è ovviamente Federico Nietsche che compare, più o meno virgolettato, in un mucchio di capitoli, iniettando dosi di sconforto di cui Scalfari appare ben consapevole e quindi doppiamente responsabile: “Il presentimento di un mondo che ha in se stesso il suo unico fondamento. Un presentimento che suscitò nell’autore di Zarathustra un sentimento di tristezza e non di liberazione”. E tristezza, non liberazione, si ricava da questo libro che sta producendo danni ingenti perchè in libreria l’ho trovato impilato sul bancone della cassa, laddove i volumi vanno via come il pane. Minaccia di essere un libro dell’estate, col suo perfetto nichilismo da ombrellone: “Non ci sono alternative alla vita e dunque il suo senso altro non è che viverla”. Invece le alternative ci sono eccome, ignorate da Scalfari che evidentemente non legge nemmeno il suo giornale, impegnato dai tempi di Welby, e forse da prima, nella propaganda dell’eutanasia….”Storie si ordinario ateismo”: così avrebbe dovuto più onestamente intitolarsi il libro….” Una recensione quella di Langone che è una vera e propria stroncatura. A ben vedere meritata.

“Quella sensazione da noi talvolta provata che l’immensità sia la vera patria della nostra anima, non è un’illusione: essa ha origine nella nostra struttura psichica. Perciò, coloro che rifiutano di prendere in considerazione i bisogni della propria anima, proveranno sempre nel profondo di loro stessi una sorta di insoddisfazione. Anche se hanno fortuna, anche se si ritrovano fra onori, successi e gloria, avranno sempre la sensazione che manchi loro qualcosa; ed è inutile cercare di negare o di reprimere quella sensazione, perché essa nasce per obbligarci ad avanzare sul cammino che ci condurrà fino alla Sorgente della Luce. Dio non può essere visto né udito né toccato né spiegato né raggiunto. Noi, però, siamo abitati dal bisogno irresistibile di partire alla Sua ricerca; ed è Dio stesso che ha posto in noi questo bisogno affinché non smettiamo mai di avanzare, poiché questo è l’essenziale: non fermarsi mai.”

Pensavo al fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari quando ho postato il pensiero precedente e a tutti coloro i quali sfidano Dio perchè vorrebbe che si manifestasse. E allora leggetevi questo articolo al link:

 

“Parlare di Eugenio Scalfari, che titola il suo ultimo libro con una celebre citazione nietzschiana, L’uomo che non credeva in Dio (Einaudi, pagg. 150, euro 16,50), significa parlare di una parte importante - di più: del canone (prendo in prestito il termine dalle storie letterarie) - di questo Paese. Un filo che lega la storia italiana da Cavour a Garibaldi al fascismo alla resistenza di parte azionista, e poi al Gattopardo, e alla nascita di un quotidiano dal nome emblematico: La Repubblica. La forma della scrittura è autobiografica, e dell’autobiografia l’autore sceglie la versione meno compromettente, quella dell’ordine cronologico, che include una lunga meditazione finale sulla vecchiaia e sulla morte. Personalmente, diffido degli ordini cronologici, nei quali spesso si insinua la tentazione di risolvere un’inquietudine profonda attraverso un ordine fittizio, imposto dall’esterno: orologio, calendario, ombra della meridiana. Ombra, già. L’oggetto del libro è, infatti, davvero autobiografico? No. Così come non lo è la morte, che ricorre, sì, come personaggio, praticamente in tutto il libro, ma solo nella veste di dispensatrice di domande, di (troppo) quieta comprimaria.Il centro del libro è piuttosto quell’ombra, l’ombra dell’io, la stessa - credo - di Montale, e che l’uomo che se ne va sicuro stampa senza avvedersene contro uno scalcinato muro. Con questa ombra da molti anni Eugenio Scalfari continua a fare i conti, con libri e lunghi articoli nei quali mette a repentaglio persino il proprio talento di scrittore, accettando ripetizioni, giri a vuoto, e non smettendo mai di affermare e riaffermare le stesse cose: quasi che le sue sentenze, scritte su fogli adesivi, trovassero poi solo superfici bagnate, e dovessero perciò essere riscritte da capo…

 

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=260670#1

Leggere deve essere un atto di saggezza

“L’essere umano è naturalmente portato a ricercare il piacere: lo
si sa ed è normale. Egli, deve però fidarsi di questo slancio
della sua natura che lo spinge a soddisfare i propri bisogni
istintivi? Deve cedere senza chiedersi dove questo lo condurrà?
Alcuni provano piacere nel mangiare o nel bere smisuratamente,
nello scontro con gli altri e nell’impadronirsi di ciò che
appartiene a loro, nel distruggere quello che li infastidisce…
Si può ben capire il fatto che essi trovino in questo il loro
piacere: la natura è talmente ricca di possibilità! Ma se la
tendenza al piacere non è ben orientata e non è dominata da una
saggezza, da un ragionamento, non è assolutamente giustificata.
Essa ha una certa giustificazione nel proprio slancio, ma non è
giustificata nella sua attuazione, e non le si deve concedere la
libertà di realizzarsi senza controllo.
Tutti i bisogni sono degli impulsi, delle forze magnifiche, e in
sé non hanno niente di cattivo; diventano cattivi, quando viene a
mancare l’altro fattore, la saggezza, che interviene per dire la sua”.

Saggezza napoletana

 

 

Mi fa molto piacere riportare in copia e incolla la notizia che segue. Essa mi conforta nel mio hobby di blogger per la bibliomania. La ragione di questo mio compiacimento ha ovviamente anche un certo non so che di vanità, come vanitosi possono essere tutti i bibliomani. Vanitosi non solo, ma anche permalosi, puntigliosi, gelosi, sopratutto anche curiosi non soltanto dei libri e dei loro contenuti, ma anche di chi li stampa e li vende, di chi li colleziona e li sistema  in biblioteche, di chi li progetta, li disegna, li edita, li porta in giro per il mondo, li traduce, li fa diventare un capitale, un affare, un investimento, un tesoro. Di chi li fa diventare cartacei ma anche digitali, di chi trasforma le biblioteche in banche dati, di chi trasforma le pagine a stampa in “bits & bytes”. Ma gelosi, sopratutto e specialmente, di chi li scrive e di chi li legge.

Già Qoelet, oltre duemila anni, fa ebbe modo di dire che c’erano troppi libri in giro e che tutto ciò che gli uomini avevano da dire era stato già detto e che pertanto tutto era nulla, anzi vanità. Io penso, invece, che senza la vanità gli uomini non potrebbero manifestarsi per così come sono, esseri liberi, comunicativi, creativi, partecipativi, e queste loro qualità vengono fuori, si manifestano sopratutto nella scrittura e nella lettura. Se le cose stanno così allora i libri non sono mai abbastanza, perchè è proprio vero che “ogni uomo è un libro”. Possiamo correre al pensiero, quindi, ai tanti e tanti libri scritti e mai letti, dai tanti e tanti uomini ( e donne!) che da sempre hanno letto e scritto.

 

Ma, allora, se le cose stanno così, i libri non sono altro che una delle molte facce della vita che si manifesta agli uomini in tutti i suoi aspetti. Si legge e si scrive per vivere, come diceva Flaubert, come si afferma nel servizio che segue e come, molto modestamente, riferisce il sottoscritto nella presentazione della sua home page di guida. Dovremmo tutti leggere per vivere, saper vivere, per vivere meglio, per capire di più, per conoscere gli altri, per imparare l’arte di vivere attraverso i libri, facendo cadere la “maschera” che ognuno di noi cerca di indossare per difendersi, leggendo e guardando senza infingimenti le pagine del libro della vita, la nostra vita e quella degli altri.

 

Il libro non è mai stato risparmiato dalla violenza della natura e degli uomini, neppure nei «tempi moderni», neppure nel Novecento: potente ma fragile, è stato colpito da alluvioni, incendi, saccheggi, bombardamenti. Un fiume di fuoco e di acqua ha percorso l’Europa e l’Asia dell’ultimo secolo, distruggendo tra le altre, la Biblioteca universitaria di Torino, invadendo con il fango dell’Arno le biblioteche di Firenze, devastando la Biblioteca della duchessa Anna Amalia di Weimar…

 

A parlare del complesso rapporto fra Potere e Sapere è la Biblioteca di via Senato di Marcello Dell’Utri con la mostra «Un libro in maschera»: «un’opera di riparazione» compiuto da artisti bibliofili alla distruzione del libro nel XX secolo. Bruciare un libro vuole dire bruciare un uomo: genocidi di carta e spesso di esseri umani sono stati compiuti illuminando il buio di Berlino con il rogo dei «libri degenerati», oppure cancellando la memoria dell’Estonia e della Lituania, nonché quella Yiddish nell’Unione sovietica; hanno attraversato la Cina della rivoluzione culturale distruggendo la sapienza buddista e la poesia feudale, distrutto la biblioteca di Phnom Pen e quella di Sarajevo, di Kabul, Herat, Pul-i-Khumri, violato luoghi di cultura e di culto. E spesso ricordando tutto ciò viene da chiedersi fino a quando il libro sfuggirà alla distruzione totale che Ray Bradbury aveva profetizzato con Fahrenheit 451…

 

«Un libro in maschera», a cura di Gioia Mori, prende il titolo dall’opera verdiana e dall’omonimo testo di Raffaele De Bernardi e a conti fatti la mostra è proprio un ballo in maschera di «libri felici», pensati e/o creati dagli artisti chiamati a rappresentarli per ridare memoria, arginare il disastro, liberare le parole in essi contenute, dare vita ai sogni e giocare con metamorfosi e inganni. «I libri sono di chi li legge» ha sostenuto tempo fa Andrea De Carlo. «I libri hanno gli stessi nemici degli uomini: il fuoco, l’umido, le bestie, il tempo e il loro stesso contenuto» diceva Paul Valery e Heinrich Heine sosteneva che «dove si bruciano libri, si finisce per bruciare anche gli uomini». Ma forse la frase che più di ogni altra ci fa capire che cosa è un libro è quella di Gustave Flaubert: «Non leggete, come fanno i bambini per divertirvi, o, come gli ambiziosi, per istruirvi. No. Leggete per vivere».

 

Tra i 25 artisti partecipanti che con le loro opere re-interpretano e re-inventano attraverso l’uso di materiali e tecniche inaspettate l’oggetto-libro: Mirella Bentivoglio, Federica Marangoni, Greta Schodl, Franca Sonnino, Araki Takako, Emilio Vedova, Giuseppe Mastrangelo, Chiara Diamanti, Giulio Paolini, Lu Tiberi, Fortunato Depero. E ancora: Filippo Tommaso Marinetti, Bruno Munari con la sua «Anguria lirica» del 1934, Tullio D’Albissola, Pietro Consagra, Christo, Giulio Paolini con «L’arte e lo spazio» dell’83, Arnaldo Pomodoro con il suo «Foglio», una pagina di bronzo argentato solidificata in una fusione del 1966… Opere che sfilano lungo il percorso della mostra suddiviso in cinque sezioni: «La biblioteca entropica», «L’inferno del bibliofilo», «L’infinito intrattenimento», «Gli indomabili» e «La rivolta degli angeli».


Dai libri-opere d’arte ai libri “classici”: accanto alle opere degli artisti sono esposte copie rare di titoli “a tema”: da Libro in maschera del 1983 di Raffaele De Bernardi al testo di Charles Asselineau L’inferno del bibliofilo del 1860, da L’infinito di Leopardi e Parole in libertà futuriste tattili del 1932 di Marinetti fino a Le bibliomane del 1831 di Charles Nodier, o Il Bibliotecario di Wolfangang Lazius, medico storiografo e bibliofilo tra Sei e Settecento, e persino il celebre dipinto cinquecentesco realizzato dall’Arcimboldo che raffigura l’equivalenza tra essere umano e libro. Perché poi un uomo è anche ciò che legge…

 

Luciana Baldrighi

Il Giornale, 23 aprile 2008


”Un libro in maschera”
Biblioteca via Senato
Fino al 21 settembre
Info: 02.76215314-323

 Ri-copio e re-incollo da:

http://www.arezzonotizie.it/index.php?option=com_content&task=view&id=56454&Itemid=2

 

Cronaca di un paese anormale

 

Copio e incollo da  http://www.articolo21.inf

 

Cordiali saluti.

 

Cronaca di un Paese anormale

di Bice Biagi

 

Che questo sia un Paese normale non c’era davvero passato per la testa. Sarà normale, infatti, un paese che a distanza di due anni ribalta completamente il senso del voto, che fa prendere a Vergato, provincia di Bologna, il 7 per cento alla Lega, che ha un Presidente del Consiglio che ci aveva abituato a vedere le sue mani piegate a fare le corna ma non a simulare gli spari di una mitraglietta verso una giornalista, che si permette di definire la donna ‘domina’, nel senso che è meglio che stia a casa a tener caldo il risotto e magari il letto in attesa del suo padrone? No, francamente non è normale. Ma c’è qualcosa che rende l’Italia ancora diversa, per esempio, dalle altre democrazie occidentali continuamente richiamate a modello durante l’ultima campagna elettorale. Ed è la Rai. Sissignore: siamo in un mare di guai, un terzo dei cittadini si sveglia la notte con l’incubo della rata del mutuo da pagare, al mercato i pensionati non vanno più di buon mattino, ma scrutano tra i banchi verso l’una, quando gli scarti costano meno e c’è sempre un carciofo buono dimenticato sul marciapiede e un paio di mele che basta tagliarne un pezzo e poi, cotte, arricchiscono la cena. Parliamo poi dei nostri figli che, quando sono fortunati, cioè si sono conquistati una laurea e magari un master, hanno fatto il loro bel corso di inglese e maneggiano il computer come Bill Gates si ritrovano, a trent’anni, con l’angoscia che a giugno finisca il contrattino da 800 euro al mese e chissà a settembre, con la recessione, se qualcuno gliene darà un altro. A proposito, chi ha ragazzi in età scolare si prepari a spendere per i libri di testo perché l’onorevole Dell’Utri vuole cambiare quelli di storia: via la Resistenza, ridimensioniamo il 25 aprile e finiamola con le storie dei partigiani. Non è finita, perché nonostante le cordate del Cavaliere & C., la scure del fallimento Alitalia penzola sulla testa di migliaia di famiglie, il petrolio aumenta ogni giorno, mafia, camorra e ‘ndrangheta proseguono indisturbate le loro attività, scuola e sanità necessitano di riforme urgenti, eppure il grande problema della politica italiana è la Rai. Ma è possibile che, nemmeno ancora insediato, il nuovo governo si preoccupi e occupi dell’assetto di viale Mazzini, di chi dirigerà una rete, un telegiornale o un notiziario radiofonico? Non si era detto che la politica doveva scollarsi dall’azienda di stato e lasciare che facesse la sua corsa, magari cercando di battere lealmente, voglio dire con uomini capaci (indipendentemente dalle tessere o dalle cravatte verdi) e programmi intelligenti? Perché neanche messo un piede a Palazzo Chigi, il premier ricorda con un brutto aggettivo di triste memoria, ‘criminoso’, l’uso che a parer suo fa della tv Michele Santoro insieme con Marco Travaglio? Ma lo sa il Presidente Berlusconi che a molti italiani Santoro e Travaglio piacciono, anzi, li consolano? E poi, con tutto il daffare che ha, compreso organizzare i divertimenti da villaggio vacanze per i suoi amici statisti, che voglia ha, l’onorevole Berlusconi, di mettere subito le mani sulla Rai? Con tre reti di famiglia, abbia pazienza, non ci costringa a spendere per la parabola, per sintonizzarci sulla BBC o sulla CBS, che poi capiamo un decimo di quello che dicono, per sapere cosa succede davvero nel mondo e a casa nostra. Si ricorda, Presidente, Radio Londra? E’ ancora una sigla di triste memoria.

 

DOMENICA 20 APRILE 2008 09:05 - Marco B.

 

Non si sa chi sia Marco B.  Ma per chi non lo sapesse il link qui appresso dice chi è la firma di questo post. E’ pur sempre vero che la memoria dei padri continua nel ricordo dei figli ( e delle figlie!) …

 

http://it.wikipedia.org/wiki/Bice_Biagi

 

 

 

 

Gli esseri umani sono talmente occupati a soddisfare i propri
bisogni fisici e materiali, che non sentono nemmeno più dentro
di sé la presenza di un altro mondo; l’anima e lo spirito sono
diventati per loro delle terre straniere. Anche sentendoli
nominare, la cosa li lascia indifferenti: per loro, queste due
parole sono prive di senso, ed essi vanno errando come poveri
infelici in regioni aride e sterili…

Chi vuole uscire da questa miserabile situazione, deve fare il
possibile per cambiare la natura dei propri bisogni e cercare il
senso della propria vita nelle regioni sottili dell’anima e dello
spirito. Solo quando si raggiungono queste regioni, si vive
finalmente la vera vita. In uno dei suoi canti, il Maestro Peter
Deunov parla di un paese meraviglioso in cui “i fiumi scorrono, i
fiori sbocciano, i frutti maturano, gli uccelli cantano una
celeste armonia e gli uomini vivono come fratelli…” Direte che
quel paese meraviglioso è inaccessibile… No. Esso si trova
nell’anima umana.”

Dovrei scrivere qualcosa su questa percentuale quale risulta essere quella conseguita dalla lista di Giuliano Ferrara nelle elezioni che si sono appena concluse. Lo devo fare per diverse ragioni. Primo per giustificare a me stesso di averla votata, dopo vari cambiamenti e tormenti, come l’eventuale lettore di questo blog potrà facilmente accertare scorrendo queste pagine.

Devo confessare che questa decisione fu presa in comune con mia moglie che ha condiviso le idee sulle quali Ferrara ha costruito la sua avventura a favore della vita. E’ inutile stare qui a ripetere quanto è stato detto sia dall’elefantino sul suo Foglio, sia nelle diverse interviste rilasciate, e sia anche per quanto non gli è stato concesso di dire nelle varie piazze d’Italia dove è stato preso per quello che lui non è.

Ma è tutta acqua passata e resta quella micidiale percentuale con la quale Giuliano è stato liquidato dagli elettori. Qualcuno ha detto che è stato punito per il suo narcisismo, la sua arroganza, il suo trasformismo, la sua ingenuità, il suo fanatismo e chi più ne ha più ne metta. Del resto, il suo amato Cavaliere glielo aveva detto, come anche diversi suoi amici: Socci, Veneziani, Amicone, Giordano e compagnia bella. Lui ha preferito procedere non come un elefante, ma come un bufalo impazzito ed è andato a rompersi le corna contro la realtà del mondo della politica non solo italiana ma del mondo intero.

Il guaio è che ha trascinato con sè anche qualche migliaia di concittadini, tra i quali anche mia moglie ed io. Badate bene, non è che ci pentiamo di quanto abbiamo fatto. Del resto possiamo ben godere col Berlusca della vittoria avendo votato al Senato per il PdL. Ma è che ad essere superati da un Casini, uno Storace, o addirittura da un Di Pietro, si prova un certo disagio, se non fastidio.

Diventa legittimo a questo punto chiedersi a che vale l’intelligenza se non serve a capire quello che il Cav. aveva capito sin dall’inizio, sia sull’aborto che sulle donne. Mai come in questo caso la lista per la moratoria dell’aborto non “c’azzeccava” nulla in queste elezioni in cui erano in gioco valori di ben altra natura sui quali la gente sembra non volere assolutamente e giustamente rinunciare: posto di lavoro, monnezza, pensione, casa, sicurezza.

La vita può sempre attendere. Come dire: chi muore giace, chi vive si dà pace. E, allora, caro Giuliano e cari amici tutti che lo hanno votato, diamoci pace e aspettiamo felici il bonus bebè che il Cavaliere sta per mettere in pista a favore della vita. Prosit!

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